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Il nome della rosa
Umberto Eco - Bompiani
Nel 1980, Umberto Eco si impone sulla scena della letteratura mondiale, fino a divenire lo scrittore italiano più noto nel mondo, grazie all'improvviso e sorprendente successo de Il nome della rosa: romanzo in cui l'illustre e stimato studioso di estetica e semiotica, l'autore di Opera aperta, Apocalittici e integrati, Trattato di semiotica generale, Lector in fabula, narra proprio ciò che, in età matura, ha scoperto di non poter teorizzare. In realtà, l'autore si rifiuta di rivelare cosa voglia dire il libro, e alla fine, lo stesso Adso da Melk, il narratore, confessa, all'ignoto lettore, di non sapere se la storia «che ha scritto contenga un qualche senso nascosto, e se più d'uno, e molti, o nessuno». Libro «fatto di brani, citazioni, periodi incompiuti, moncherini di libri», vero e proprio pastiche di generi letterari diversi, Il nome della rosa, dietro a un racconto avvincente e trascinante dalla prima pagina all’ultima, cela in effetti un libro dagli infiniti sensi e dagli infiniti livelli di lettura: ovvero, pare quasi l'esito narrativo, l'esemplificazione e l'esplorazione di quella "illimitatezza" della semiosi, teoricamente illustrata dall’autore. Ragion per cui, in questo labirintico romanzo poliziesco dal taglio semiologico, ogni segno ne cela un altro. Così, in virtù della sua inesauribile complessità, ricchezza ed intertestualità — quale vero e proprio "libro di culto" — Il nome della rosa è stato interrogato e interpretato secondo le più diverse e molteplici piste di lettura: medievista, critico-letteraria, semiotico-testuale, etico-religiosa, sociologica, storico-letteraria, fisica. Un lungo ed interessante viaggio, attraverso tutti questi sentieri interpretativi, è stato percorso da Renato Giovannoli in un'antologia di trentacinque Saggi su "Il nome della rosa" (Bompiani, Milano 1999, 440 pp., Lire 16.000, Euro 8,25), senza peraltro avere pretese esaustive. Se poi si segue la pista suggerita dal risvolto di copertina, Il nome della rosa si lascia leggere secondo i quattro sensi dell'allegorismo medioevale, enunciati da Dante nella lettera a Cangrande della Scala: romanzo storico e romanzo poliziesco — secondo l'interpretazione letterale — romanzo a chiave sulla realtà contemporanea — secondo l'interpretazione allegorica — e romanzo di idee logico-filosofiche, in cui l'etica e la semiotica si fondono — secondo il livello morale. Drammaticamente vuoto, tuttavia, rimane il senso anagogico, ovvero il livello del Senso supremo, del senso divino. Non «vi può essere un ordine», una Verità assoluta, infatti, in quel labirintico e così attuale universo dell'autunno del Medioevo, epoca di profonda crisi e di grandi contrasti ideali e politici, in cui i segni sono «la sola cosa di cui l'uomo dispone per orientarsi nel mondo». Specchio e figura dell'uomo contemporaneo, Gugliemo da Baskerville, inseguendo ostinatamente una parvenza d'ordine, giunge alla fine a dipanare la «bella e intricata matassa», ma con suo grande sconcerto, «seguendo una ragione sbagliata». E infine, non gli rimane che confessare che forse «il compito di chi ama gli uomini è di far ridere della verità, fare ridere la verità, perché l'unica verità è imparare a liberarci della passione insana della verità», e che quindi: «le uniche verità che servono sono strumenti da buttare». È forse questo, dunque, il senso ultimo di questo libro dall'enigmatico titolo?
questo libro è consigliato da giannim


